Il Portiere ha intervistato Massimo Marini preparatore del Pescara Calcio.

Ciao Massimo, parlaci un po’ di te.

Ciao a tutti sono nato a Verona il 30/1/1971 e sono cresciuto come portiere nel Chievo per sei anni, dalle giovanili alla prima squadra. Successivamente ho girato molto dal Mantova in serie C per poi fare tanta serie D a Legnago, Arzignano, Chioggia, Mezzocorona, Trento Piovese, Casaleone e Cologna Veneta. A 34 anni circa ho iniziato ad allenare le giovanili del Brescia, una società attenta alla crescita dei giovani e dove per due stagioni ho allenato tra tutti Cragno e Minelli. In seguito ho allenato le giovanili dell’Hellas Verona, fino ad approdare dopo pochi mesi in prima squadra. Sono rimasto lì per tre stagioni allenando Rafael, attuale portiere del Cagliari, Franzese ora allenatore dei portieri in India con Materazzi e allora il giovane Tozzo, ora alla Sampdoria. Successivamente sono passato al Sudtirol con Iacobucci ora all’Entella, poi grazie a mister Stroppa sono andato al Pescara neo promosso in serie A allenando l’emergente Perin e Pelizzoli. La stagione seguente sempre con mister Stroppa sono passato allo Spezia in serie B, con i portieri Leali e Valentini, per poi tornare a Pescara dove mi è stato dato l’incarico di allenatore della prima squadra e responsabile dell’area tecnica di tutto il settore giovanile. Insieme a tutti i preparatori del settore giovanile e a mister Galli della primavera abbiamo aperto l’Accademia del Portiere Pescara Calcio, aperta a tutti portieri di qualsiasi età e società.

Quando è nata la passione per il ruolo del portiere?

La passione del portiere l’ho sempre avuta fin da piccolo perché a mio avviso fare il portiere è una cosa che si ha dentro sin dalla nascita.

Sei a Pescara da diversi anni, credi che sia l’ambiente ideale per la crescita di portieri e preparatori?

Credo che alla base di tutto ci debba essere un filo conduttore, cioè lavorare in sinergia tra settore giovanile e prima squadra. Noi a Pescara abbiamo costruito un protocollo di lavoro tecnico, situazionale, fisico e mentale che va dal settore giovanile alla prima squadra, così facendo i portieri quando arrivano ad allenarsi con me hanno già un’impostazione base. Poi il DNA dell’atleta fa la differenza sempre! Pescara è una piccola società ma che cerca di crescere e di formare gli allenatori facendo attenzione al settore giovanile.

Nei tuoi allenamenti notiamo spesso la presenza di una sparapalloni, pensi che sia fondamentale per allenare un portiere oppure è un di più?

Io ci credo molto, sono stato molti anni fa tra i primi insieme a Spinelli ad utilizzarla. Io la utilizzo una volta a settimana per simulare determinate traiettorie su cross o su tiri ad alta velocità, per allenare la presa e per velocizzare e ripetere il gesto. Non è assolutamente indispensabile, è un grande supporto all’allenatore dei portieri, provare per credere!

Allenare in serie A è semplice o al contrario è molto impegnativo visto le maggiori esigenze dei portieri?

Credo che allenare in A o in terza categoria non cambi. Basta farlo con passione, entusiasmo, professionalità e aggiornandosi sempre, poi cambiano le qualità dell’atleta e le esigenze di gestione del portiere e dell’ambiente che ti circonda. Allenare il portiere in A o nei dilettanti è sempre allenare. Io mi confronto tantissimo con bravissimi allenatori che allenano nelle categorie dilettantistiche e a volte sono loro a darmi qualche suggerimento. Nei professionisti cambia tantissimo la pressione dell’ambiente e l’attenzione dei mass media.

Un preparatore di livello come te si limita solo allenare le doti fisiche, tecniche e psicologiche o può spingere un portiere oltre i suoi limiti?

Credo che al giorno d’oggi un allenatore dei portieri debba avere una conoscenza a 360 gradi, senza inventare nulla ma confrontandosi con l’atleta, capendo le sue esigenze e quello che lo fa stare bene in vista della partita. Allenare un portiere di 40 anni e uno di 20 credo che qualcosa cambi, sia sul piano tecnico che fisico, ma bisogna cercare un compromesso per aiutare a migliorare entrambi.

Portieri con l’esperienza di Bizzarri o Aldegani possono aiutare un preparatore a far crescere giovani come Pigliacelli e Fiorillo?

Si, credo che tutti aiutino tutti. Noi siamo una squadra di portieri, che si confronta spesso e che a volte non la pensa allo stesso modo, ma questo è il bello ed è quello che aiuta a crescere. Aldegani e Bizzarri aiutano molto sia Fiorillo che Pigliacelli e a volte rubano qualcosina da loro, anche se non lo ammettono. (ride ndr)

Cosa pretendi dai tuoi portieri in allenamento e in partita?

L’unica cosa che pretendo è l’impegno, la professionalità insieme all’onestà. Se c’è qualcosa che non va bisogna parlarne e confrontarsi e se serve anche scontrarsi. Ma la cosa alla quale tengo assolutamente, è il sorriso e l’entusiasmo! La serenità in un portiere fa la differenza! Siamo 60 % testa e 40 % doti tecniche e fisiche, secondo il mio modesto parere.

Cosa vuol dire per te “essere un portiere”?

Fare il portiere vuol dire essere diversi, sapere che sarai criticato anche senza motivo, che sei il giocatore con maggior responsabilità, che hai in mano il destino di una gara e che non puoi mai vivere sugli allori. Essere un portiere è un po’ come fare l’arbitro, vuol dire esporsi sempre al giudizio altrui:”poteva, doveva, se fosse andato prima, doveva respingere meglio, poteva bloccarla, non poteva uscire? E poi per me il portiere deve avere la consapevolezza di svolgere il ruolo più bello, di avere dei grandi attributi e di essere il numero uno!”

Conoscevi “Il Portiere” prima di questa intervista?

Il vostro sito lo conosco da tempo. Mi piace molto visionare i vari video che pubblicate e rimanere aggiornato.

Grazie Massimo è stato un vero piacere intervistarti.

Grazie a voi un abbraccio!

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