Il Portiere ha intervistato in esclusiva assoluta il portiere della Sampdoria Emiliano Viviano. 

Ciao Emiliano, tutti ti conoscono come il portiere della Sampdoria, ma chi è Emiliano Viviano fuori dal campo?

Ciao a tutti, sono nato a Fiesole, in provincia di Firenze, dove sono rimasto fino a diciassette anni, prima del trasferimento al Brescia, il primo della mia carriera. E da quel giorno ho messo su casa a Brescia. Mi considero una persona normalissima che vive una vita normalissima. Ho tante passioni, dal cibo al vino, dalla musica all’arte, dai viaggi allo sport in generale, ma come tutte le persone, senza cose particolari.

Perché la scelta di fare il portiere?

Non si tratta di una scelta voluta perché, come il 99% dei bambini che iniziano a giocare al calcio, il portiere non lo vuole fare nessuno. Anche ai miei tempi, a turno toccava a tutti andare tra i pali e, quando è toccato a me, hanno visto che ero sopra la media e mi hanno destinato lì. Ma fino ai dieci/undici anni, quando ero ancora nel settore giovanile delle squadre dilettantistiche, giocavo attaccante con i pari età e in porta con i ragazzi più grandi.

Sei in Serie A da diverse stagioni, quali sono secondo te gli aspetti che un portiere non deve mai sottovalutare per rimanere sempre al top?

Credo che, se parliamo di calcio ad alto livello, le doti fisiche e quelle tecniche, tranne casi eccelsi, si equivalgono tra tutti gli interpreti del ruolo, quindi considero l’aspetto psicologico quello più importante, sotto tanti punti di vista. Uno dei motori più grandi che deve avere un professionista è quello delle ambizioni, di lavorare con la voglia di migliorarsi ogni giorno, di essere sempre al top. Quindi direi la forza mentale anche perché fa parte del ruolo stesso saper superare momenti di difficoltà.

Reputi ideale l’ambiente come quello della Samp per la crescita di un portiere?

Reputo l’ambiente Sampdoria ideale, non solo per un portiere, ma in generale per un calciatore, perché da una parte c’è una società da sempre attenta ai giovani e alla loro crescita, dall’altra un tifo vero, che partecipa, che non lascia mai la squadra da sola, un tifo positivo che evita il più possibile contestazioni e polemiche, che ti spinge sempre a onorare la maglia che indossi. È chiaro che esistono anche le pressioni, ma è giusto così, perché la Samp è una squadra importante, alla quale ogni giorno devi dare qualcosa. Per quanto riguarda il portiere nello specifico, è chiaro che poi dipende dal singolo, da come si reagisce davanti alle pressioni perché uno stadio come quello della Samp ti può dare moltissimo in positivo, però può anche toglierti qualcosa.

Nella tua carriera quale altra esperienza ti è servita per maturare o per fare il salto di qualità?

A mente fredda l’esperienza positiva è stata quella di “staccare” un anno, di andare in Inghilterra, all’Arsenal. Ho conosciuto un altro calcio, un altro modo di vedere e di vivere la nostra professione, un’altra maniera di allenarsi. È stata quella la prima volta in carriera, dopo l’esordio in serie B, che non ho giocato e se non giochi ti fai delle domande e a cercare delle risposte, per migliorare. Io avevo avuto un’escalation sempre positiva, ero andato sempre a migliorare, sino alla nazionale, sino alla fiorentina con 70 punti in campionato e la qualificazione alla Champions sfiorata per 5 minuti. Quindi, dopo tutto ciò ritrovarsi all’Arsenal senza giocare è stata dura, ma è servita tantissimo per rilanciarmi poi alla Sampdoria.

Hai scelto il numero 2 per la maglia! Come mai?

Non c’è una una motivazione. L’1 era occupato e siccome i numeri alti non mi piacciono ho scelto il numero libero dal 2 all’11, era libero il 2 e l’ho preso.

Si diventa portiere di un certo livello solo giocando oppure allenandosi con costanza e dedizione?

Si diventa portiere di un certo livello con delle qualità innate, sia fisiche che psicologiche, ma si può diventare anche allenandosi tanto. Però, se i gap tecnici e psicologici sono grandi, con l’allenamento in qualche caso non si possono colmare, però al tempo stesso sono convinto che con il lavoro e la dedizione si può arrivare più in alto delle qualità di partenza.

Quale consiglio ti senti di dare ai giovani portieri che vogliono intraprendere la tua stessa strada?

Cercare sempre di allenarsi al meglio, di non farsi distrarre dall’ambiente calcio, di non farsi distrarre – una volta arrivati al professionismo – dai media, dalle voci, dalle critiche o anche dagli elogi. Consiglio un approccio corretto all’allenamento, alla partita, alla capacità di essere un uomo solo, perché questo vuole il nostro ruolo, quindi credo che l’equilibrio sia fondamentale.

Cosa vuol dire per te “essere un portiere”?

Ragionare da portiere, esserlo dentro, pensare di essere da solo, a volte di essere solo contro tutti, addirittura a volte contro i tuoi stessi compagni. Ci vuole sempre grande orgoglio e grande personalità perché un errore il più delle volte è un errore fatale, quindi devi avere una forza in più, dentro di te.

Conoscevi Il Portiere prima di questa intervista?

Si, lo conoscevo e lo seguivo, spesso mi “diverto” a leggere quello che pubblicate, i commenti e i giudizi di chi fa l’allenatore o il portiere non tra i professionisti. Si può migliorare anche leggendo il giudizio di chi non lavora tra i professionisti ma ha, nei confronti del ruolo, attenzione e passione.

Grazie Emiliano, è stato un vero piacere!

Grazie a voi e un saluto a tutti i fan de Il Portiere!

a cura di Alberto Biasella

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